Gli atei hanno un Q.I. superiore?

Come ha scritto Richard Dawkins nel suo famoso saggio l'Illusione di dio, negli ultimi anni sono stati effettuati numerosi studi sulla relazione tra intelligenza e religiosità, studi che hanno evidenziato quozienti di intelligenza sensibilmente più alti tra i soggetti meno religiosi.
Una delle ricerche più importanti è quella fatta da Satoshi Kanazawa della London School of Economics and Political Science.
Secondo Kanazawa, tra il Q.I. degli atei e dei credenti ci sarebbero circa 6 punti di differenza, un dato non significativo, ma decisamente interessante.
Altri test hanno sottolineato che, in genere, la differenza tra l'intelligenza di atei e credenti è dovuta anche ad una scolarizzazione migliore dei primi, spesso affiancata ad una condizione sociale migliore, del resto i paesi più poveri che risultano meno urbanizzati e tecnologicamente arretrati, spesso sono caratterizzati da una maggiore religiosità.
Di conseguenza, le persone cresciute in un contesto di minore scolarizzazione sono decisamente meno portate a contestare le verità professate dalle religioni, poiché esse vanno a compensare proprio le mancanze dovute alla maggiore povertà.
Il nostro cervello tende ad essere più efficiente se viene allenato a fare continuamente ragionamenti logici, non a caso gli esperti consigliano di giocare a scacchi o risolvere rebus, mentre seguire le tradizioni ed il pensiero comune, mettendo quindi da parte la critica, la razionalità e la libertà di scelta, alla fine porta il cervello ad atrofizzarsi.
In definitiva, spesso gli atei derivano da un contesto sociale migliore e per questo non si accontentano delle risposte basate sulla credenza, ma vogliono prove, verifiche, dimostrazioni, in pratica cercano di usare maggiormente il raziocinio, con la conseguenza che il loro cervello, di solito già avvantaggiato da una scolarizzazione migliore, continua a lavorare senza lasciarsi condizionare troppo dai dogmi e le verità assolute che sono la nemesi della razionalità.


«L'ateismo, per me, non è un risultato, e tanto meno un avvenimento – come tale non lo conosco: io lo intendo per istinto. Sono troppo curioso, troppo problematico, troppo tracotante, perché possa piacermi una risposta grossolana.

Dio è una risposta grossolana, un'indelicatezza verso noi pensatori – in fondo è solo un grossolano divieto che ci vien fatto: non dovete pensare!»
(Friedrich Nietzsche)



Francesco Avella

Scrittore e Blogger UAER

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